Frammento 1
Il morente
No, non chiudere gli occhi. Non ancora. Guardami.
Hai freddo. Lo so. Sento le tue mani, le sento. No, Non ti lascio. Non ti ho mai lasciato, neanche adesso.
Stringi, se riesci. Se non riesci stringi lo stesso.
Avevi le mani così calde, ti ricordi? Mi prendevi per il polso quando volevi mostrarmi qualcosa, come se la mano fosse troppo intima e il polso bastasse. Mi tiravi e dicevi vieni, vieni a vedere. E io venivo. Venivo sempre.
Non piangere. Piangi, non importa. Piangi quanto vuoi. Io piango con te, vedi? Non c’è niente di cui vergognarsi.
Siamo ancora vivi, piangere è ancora vita, anche adesso. Soprattutto adesso.
Ti racconto una cosa. Non so perché proprio questa, ma te la racconto.
C’era un campo, una volta. Un campo di grano, credo, o forse era orzo — non ricordo, è stato tanto tempo fa, così tanto tempo che le parole che usavamo allora non esistono più. Il campo era grande e il vento ci passava attraverso e faceva un rumore che somigliava al respiro di qualcuno che dorme. Io ero seduto sul bordo, dove il grano finiva e cominciava la pietra, e guardavo. Non facevo nient’altro. Guardavo il vento muovere il grano e ascoltavo quel respiro che non era un respiro, e pensavo: questo è sufficiente. Questo momento è sufficiente. Non ha bisogno di nient’altro.
Lo penso adesso, con te. Questo momento è sufficiente.
Lo so che non ci credi. Il buio che arriva ti sembra che porti via tutto — il campo, il vento, la mia voce, le tue mani sul mio polso, tutto. Ma non è vero. Non porta via niente. Il buio non porta via. Il buio è solo il campo visto da un altro lato. Il grano è lo stesso. Il vento è lo stesso.
Non so se mi capisci. Non importa se mi capisci. Importa che senti la mia mano.
La senti?
Bene.
Ti dico un’altra cosa. Una cosa che non ho mai detto a nessuno perché non ho mai trovato le parole, e forse non le trovo neanche adesso, ma ci provo perché tu te ne stai andando e non voglio che te ne vada senza sapere.
Io sento tutto. Sento tutto quello che senti tu — la paura, il freddo, il buio che avanza. Lo sento nel mio corpo, in tutto il mio corpo. Nei polmoni, nelle ossa, sotto la pelle. Ho il tuo freddo, la tua paura.
Io sono qui dentro, con te, nello stesso freddo, e lo sento come lo senti tu, e insieme sento il calore del sole e del tuo sorriso sentilo nelle mie mani, lo sento nelle mani.
Potrei non sentire. Potrei lasciare, scegliere un lato solo, quello che non fa male. Potrei. Lo sai che potrei. Ma allora la tua mano sul mio polso non sarebbe vera, il campo di grano non sarebbe vero, il tuo respiro che rallenta non sarebbe vero. Sarei qui ma per non esserci. E io voglio essere qui. Qui è il posto.
Mi hai chiesto come mi chiamo. Non importa, i nomi non servono a niente, sono suoni che facciamo per non sentirci soli e tu non sei solo. Io ci sono.
Sento il tuo respiro che cambia. Diventa più lento, più largo. Non aver paura di quello. Non è la fine, il campo si allarga. Il grano va più lontano di quanto credevi. Il vento soffia più in là.
Ti tengo la mano. Ti tengo il polso come facevi tu con me. Vieni, vieni a vedere.
No. No no no. Aspetta.
Ancora un momento.
Ecco.
Ecco, così.
Vai.
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